Lettera a mia figlia nel suo ultimo giorno di scuola materna

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Cosa rimane nel giardino di una scuola dell’infanzia, quando per l’ultima volta un bambino lo attraversa?

Tre anni sono lenti, passano goccia a goccia.

Corse incerte, primi amici. Giochi fatti di terra e rametti. Fiori raccolti per la mamma, ogni giorno. Ogni giorno.

Ora vorrei averli conservati tutti, quelli solitari e quelli che infilavi nelle foglie a farne composizioni.

Un tempo misterioso e solo tuo. Non potrò mai sapere tutto quello che hai vissuto lì, quali pensieri, quali canzoni canticchiavi fra te e te mentre raccoglievi i sassi più lisci con cui hai riempito scatole, tasche, scarpe.

(Sono) siamo fortunate, siamo fortunati. Hai tempo dedicato a te, tutto quello che posso e possiamo, non tutto quello che vorrei e vorresti, ma quello non lo ha mai nessuno. Eppure, benché abbia vissuto ogni respiro di questi tre anni cercando sempre di trattenere un po’ d’aria, mi sembra di essermi persa qualcosa. Non mi capacito altrimenti che possa già essere passato.

Non ti rivorrei piccola, ora. E’ un dono troppo grande vederti crescere, non lascia spazio al rimpianto, ma la nostalgia si pianta sottopelle al primo sguardo e non va più via.

Non ti rivorrei piccola, adesso. Sono così felice (orgogliosa) della forza e della delicatezza con cui ogni giorno cerchi la strada che ti porterà a essere grande, ma la bambina che ho accompagnato per mano ogni giorno in questi tre anni mi mancherà sempre.

Mi mancherà il tuo corrermi incontro quando ti vengo (venivo) a prendere, gli abbracci forti sulla porta (ma proprio da levarmi il fiato). Mi mancherà stupirmi per i tuoi lavori fatti a scuola, anche se so che mi stupirai in altri mille modi.

Forse a trarre in inganno è solo il nome. Scuola dell’infanzia. La tua infanzia non finisce chiuso quel cancello, ma è solo per me che rimane la sensazione di lasciarci alle spalle qualcosa di prezioso.

Non ti perdo, non finisce niente. E’ solo questa malinconia estiva di cicale e sole intenso. E’ solo il silenzio di una casa in cui non so bene quali giochi lasciare e quali togliere per fare spazio a zaino e libri, perché succederà a breve.

Tieniti stretto il tuo candore vero, la tua bontà d’animo e la tua etica già tanto profonda, forse proprio grazie al tuo essere bambina. Tieniti stretta la tua capacità di perderti giocando con un bastoncino, di riconoscere il sasso più liscio, di essere felice completamente. Custodisci i tuoi sogni e la tua semplicità, la tua ingenuità intelligente.

E riconosci, sempre, il tuo diritto di essere amata.

Ci sarà tempo per augurarti le cose migliori per il tuo percorso alla scuola primaria. Se ripenso alla mia vita, è come se tutto fosse cominciato lì. E’ facile immaginare che il meglio debba ancora venire, ma conoscendo quello che già c’è stato mi sembra impossibile.

Ho sognato una bambina, e quando è arrivata era proprio come speravo, meglio di quanto sperassi.

Ora sogno un’estate lenta. Un’estate di giorni tutti uguali e sorrisi sempre diversi, gli occhi di sempre.

Voglio lasciare alle spalle le scaramucce da adulti che a volte hanno un po’ appesantito questi mesi, questi anni. Quelle non sono servite a niente, se non a distogliere lo sguardo da quanto di bello ci fosse da vedere. Te, i tuoi amici, il vostro mondo.

Cosa rimane nel giardino di una scuola dell’infanzia l’ultima volta che un bambino lo attraversa? Se davvero i luoghi custodiscono una memoria, mi verrà sempre voglia di tornare a cercare le tracce di questi anni. Qualcuna l’hai lasciata, visibile. Le altre le inventeremo, le racconteremo. Ricorderemo insieme questi anni felici, ricorderai questo mondo protetto che ti apparterrà e accompagnerà nei tuoi giorni a venire.

Grazie per avermi sempre tenuto un posto, per non avermi mai tagliata fuori, per la tua fiducia. Spero di poterla meritare sempre.

Ti voglio bene, bambina mia.

mamma

 

Chi sei, adesso?

La sveglia puntata. I vestiti pronti. Quel sapore metallico che settembre porta sempre con sé.

(o sarà la febbre).

“Mi viene da piangere e non so perché” mi dici mentre in pigiama abbracci il tuo coniglietto.
“Mi sento così anch’io”. La differenza fra noi sta nel fatto che, con l’età, io sia arrivata a darmi spiegazioni, se non vere, almeno verosimili.
Domani cominci l’ultimo anno di scuola materna. Chi sei, adesso?
Ti conosco. Non sempre ti capisco, ma ti conosco.
Conosco la musica che ti piace e che ti piacerebbe prima ancora di fartela ascoltare, perché piace anche a me, ma non sempre capisco quella che piace solo a te.
Conosco la faccia che fai quando a tavola arriva qualcosa che non ti piace, anche se non sempre capisco la tua difficoltà.
Conosco la rabbia che provi ogni volta che un lavoro o un progetto o un gioco non vengono come pensavi, come desideravi. Conosco quella rabbia, ma non sempre la capisco.
Conosco il tuo bisogno di chiamarci in camera tua nel cuore della notte, ma non sempre ne capisco la profondità.
Conosco la tua felicità, dove nasca, quali siano le fonti segrete da cui sgorga forte e pura.
La conosco e nutre anche me.
Chi sei, adesso?
Sei una bambina attenta, curiosa, fantasiosa e concreta. Sei acuta e delicata, piccola e forte, armoniosa, profonda e lieve.
Sei fragile, a volte insicura, quasi sempre consapevole. Sei empatica, sei creativa, sei esigente.
Ti conosco, e quasi sempre ti riconosco.
So che domattina sarai emozionatissima e felice, quanto stasera eri malinconica e spaventata.
Conosco i tuoi passi leggeri in casa, in sala a lezione di danza, nella tua vita di bambina di cinque anni.
Saranno loro a guidarmi in questo anno di passaggio.
Conosco i tuoi passi, anche se spesso non li capisco.
Ma mi fido.

Accordami i polsi che è da un po’ che non scrivo più

o almeno invitami per un tè

lo so che magari la mia camera è in disordine

come i miei capelli quando perdo il tram.

Proteggimi la gola che è da un po’ che non canto più

o almeno invitami per una chat

lo so che magari la tua vita è in disordine

come i miei pensieri sul futuro che avrò.

 

Dieci anni. Tutti insieme, tutt’ad un tratto.

Oggi era previsto un viaggio, quasi una consolazione a posteriori per quella curiosità e quel desiderio di parlarsi, di quella sera del 2006. Un viaggio per Ferrara, andata e ritorno in giornata. Una di quelle cose che facevi anche solo per dormire una notte da me, con me.

“Se abitassi in via Guelfa sarei già lì”.

Dieci anni fa che sembrano ieri ci siamo conosciuti. Cercati. Attesi. Ritrovati. Legati.

“Come vuoi ricordarlo, questo decimo anniversario?”

Lo ricorderemo con Neve che indossa una parrucca fuxia o un pigiama a quadretti, Neve che sputa l’antibiotico, con me che a fine serata cedo e do un po’ di matto, con te che mi abbracci e mi dici di pensare alle cose belle. Da quale comincio?

Lo ricorderemo come un giorno della nostra vita insieme, quella che ci stanca tanto ma ci rende anche tanto felici. Quella che dieci anni fa ancora non sapevamo avremmo  avuto, ma entrambi volevamo.

E poi. In fondo, non sono ancora dieci anni che stiamo insieme. Mancano un paio di giorni.

Sono dieci anni che ci conosciamo, dieci anni meno un giorno che ci amiamo, dieci anni meno due giorni che “Lui sta con me”.

E meno tre giorni a quel viaggio, che è solo rimandato.

Le attese non ci hanno mai spaventato. Potrei quasi dire siano il nostro forte, ma il nostro forte è un altro. E’ far sì che valga sempre la pena attendere. E’ rendere l’attesa una ricompensa.

E, almeno, domani non hai un’udienza alle 9 a Prato dopo aver fatto le 4 a parlare con me.

Aspettiamo, allora.

il 9 che è 10

Un tempo, di questi tempi, avevamo per le mani almeno un paio di trolley e talvolta destinazioni sconosciute. Freddo (sia mai che noi si faccia Natale ai Caraibi), sorrisi, candeline.

Poi una volta abbiamo saltato il turno grazie a un vulcano islandese. E poi, l’anno successivo, grazie a una pancia abitata. E quello dopo ancora grazie alla piccola ex inquilina della pancia.

Il tuo compleanno è sempre stato la festa più attesa durante le Feste ed è rimasto tale (l’albero addobbato fino al 10 Gennaio ne è consueto e fedele testimone).

Ci siamo conosciuti a pochi giorni dal tuo ventisettesimo compleanno e il rammarico per essermelo perso per poco non mi è mai andato via. Ma nel frattempo i tuoi compleanni si sono susseguiti, e questo è il decimo insieme.

Un giorno comprerò di nuovo i biglietti di un aereo, di nascosto, e ti porterò ancora in aeroporto senza dirti dove stiamo andando, con un trolley pieno di maglioni e un regalo nascosto sul fondo della valigia.

Per quest’anno il programma è diverso. E’ una felicità piccola, di mani intrecciate (alcune piccole, pure loro) e tempo lieve. Per me, è la felicità grande e il grandissimo orgoglio di vedere, in questi dieci anni, l’uomo che eri e l’uomo che sei incontrarsi su una linea coerente. Ti riconosci? Non potrei immaginarti diverso. Conoscendo te, poco dopo il tuo compleanno di dieci anni fa, conobbi l’uomo dei miei sogni. Somiglia in modo incredibile a quello che ho accanto oggi. Si direbbero la stessa persona.

E domani, nell’augurargli buon compleanno, dovrò spiegargli (e spiegarmi) per quale motivo abbia la sensazione di riceverlo io, un regalo, ogni giorno che trascorriamo assieme.

Pietas

Sabato, 14 Novembre 2015

Io sono piccola, minuscola, rispetto al dolore che è esploso ieri sera. Le mie riflessioni di geopolitica da social non cambierebbero niente. Colorare la mia foto con un altro tricolore non mi renderebbe vicina alle vittime più di quanto non lo sia in virtù della mia condizione di essere umano. Quando accadono questi eventi (ed è tremendo dover creare una categoria che li raccolga come realtà frequente) io faccio quello che so fare e resto quella che sono, dove sono. Oggi ho portato mia figlia a teatro, a scoprire come l’amore muova il mondo e l’altre stelle, e crei musica. E gli artisti sul palco hanno fatto altrettanto, dedicando al dolore l’inizio e la fine del loro lavoro. In questo credo e questo voglio fare. Non è il numero mostruoso delle vittime a Parigi a ricordarmi l’essere qui di passaggio mio, di tutti. Ci penso ogni giorno, e ogni giorno cerco di usare il mio tempo per unire invece che condannare, costruire invece che giudicare. Ho dedicato questo giorno alla bellezza perché la rabbia non ti salva, perché il tempo è prezioso e se ieri in un teatro è andato in scena l’orrore, tutto quello che oggi posso fare è entrare in un altro teatro pieno di bambini e celebrare la vita. Ieri non ero a Parigi né a Kobane, come non sono mai stata Charlie. Sono un essere umano e una madre, e tanto basta perché il mio cuore sanguini ma aspiri alla pace. Un tempo di parlava di Pietas, e se ne dovrebbe parlare ancora.

Nove anni

Treni, chilometri, automobili. Case, pigiami, divani. Libri, penne, agende. Amici, lavoro, sport. Film, telefilm, videogiochi. Pensieri, colori, parole. Un gatto.

Li abbiamo vissuti, sono cambiati, ci sono entrati sotto pelle e a un certo punto sono rimasti dietro di noi.

Altre cose non sono cambiate, invece.

Sorrisi, respiri, silenzi. Risate, lacrime, (poche). Attese, speranze, prospettive. Desideri, passioni, passione. Occhi, sguardi, attenzione. Pensieri, colori, parole. Sonno (molto). Amore (tutto).

E le cose che abbiamo in comune.

Nove anni insieme, che non si sa come siano passati così veloci. Sembra ieri. E se per esempio (per esempio)…

Zoe

Hai i colori dell’autunno e ti chiami come la Vita, e come la città invisibile e indivisibile.

Hai il colore delle foglie di questo autunno e anche il tuo viso sembra una foglia. Porti con te una quantità di affetto che mai mi sarei aspettata di dare e ricevere dal primo istante. Sei tutto e subito. E infatti già dormi con noi.

Lei era arrivata con l’inverno, ne aveva i colori e il carattere, aveva in sé la festosità e la gioia del Natale e la contemplazione del silenzio, era elegante e minimal, austera ed essenziale, ma giocosa. Come una nevicata, potevi osservarla con la pace nel cuore o farci a palle di neve. Era una primogenita, anzi, una mancata figlia unica, ed era principalmente Sua, di Simo. Ero io ad appartenerle, è stata lei ad accettarmi in casa, ad accettarci tutte: io, la Guendalina dopo un paio d’anni, e ancora dopo Neve.

Sei l’ultima arrivata. Tutti ci prendiamo cura di te, sei più piccola della più piccola di casa. Non hai trovato la quiete e il silenzio della neve, ma il rumore incessante dei passi delle foglie d’autunno, un sacco di passi, ché qui eravamo già in quattro. E hai trovato anche la pioggia dell’autunno, e qualche lacrima ancora. Forse sceglierai qualcuno fra noi a cui appartenere, ma per il momento sei di tutti, stai con tutti. Anche con Guendalina che ti brontola e ringhiotta ogni volta che superi la distanza di sicurezza da lei, e la superi sempre. E ogni volta quella distanza si accorcia. (Ma non ha alzato una zampa contro di te. Sono così fiera di lei. E grata, quello sempre).

Tu e Simo vi siete scelti come in un romanzo russo, al primo sguardo e perdutamente. Neve ti ha aspettata e voluta dal primo momento in cui ha sentito parlare di te. E io. Io navigo ancora nella mia perdita, che non avrei immaginato potesse essere così profonda. E sono felice di averti con noi.

Hai trasformato Guendalina nella gatta Alpha di casa, hai allargato il mio cuore e il mio sorriso. Sei il primo gatto che Neve abbia mai preso in braccio (visti i pesi massimi con cui è sempre vissuta).

Nata in estate ma figlia dell’autunno. Benvenuta a casa, Zoe.

Copia di DSCF1002